LA SURREALE TESI | L’istituto di previdenza ha spiegato davanti alla Consulta che il Tfs non va pagato in un’unica soluzione: così i pensionati spenderebbero troppo e male i propri soldi
di Marco Carlomagno
“Martedì scorso, nell’aula della Corte Costituzionale, è andato in scena uno spettacolo a tratti surreale. Oggetto del contendere: il differimento fino a sette anni e la rateizzazione in tre tranche del TFS, il Trattamento di Fine Servizio dei dipendenti pubblici. La disciplina vigente, fondata sul D.L. n. 79/1997 (differimento) e sul D.L. n. 78/2010 (rateizzazione), prevede che chi va in pensione nel pubblico impiego possa attendere fino a sette anni per ricevere quanto gli spetta, e per di più in più rate annuali, senza interessi né rivalutazione.
Una pratica che diversi TAR – da Marche a Lazio, passando per il Friuli-Venezia Giulia – hanno ritenuto sospetta di incostituzionalità, tanto da rimettere la questione alla Consulta, per violazione degli articoli 36 e 117 della Costituzione e dell’articolo 1 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
La Consulta aveva già affrontato la materia con le sentenze n. 159 del 2019 e n. 130 del 2023. In entrambi i casi i giudici costituzionali avevano definito il differimento come una misura non più giustificabile, anche per la disparità tra settore pubblico e privato. La Corte aveva evitato di dichiarare formalmente l’incostituzionalità per non creare un vuoto normativo, lanciando però un monito al legislatore affinché intervenisse con urgenza.
Fin qui, cronaca ordinaria di una battaglia che si trascina da anni, nonostante due sentenze della stessa Corte abbiano già bacchettato il legislatore per questa anomalia tutta italiana. Ma quello che è emerso dall’udienza pubblica del 10 febbraio ha dell’incredibile.
Gli avvocati dell’INPS, nel tentativo di difendere lo status quo, hanno avanzato un argomento che farebbe sorridere se non fosse tragico: eliminare differimento e rateizzazione significherebbe consegnare “cifre enormi” ai neopensionati in un’unica soluzione, spingendoli a spendere di più e a non gestire correttamente la propria liquidazione. A sostegno di questa tesi, hanno citato studi di economia comportamentale e psicologia finanziaria che evidenzierebbero “l’irrazionalità umana nelle scelte di spesa” quando si ricevono grosse somme tutte insieme.
Traducendo dal burocratese: secondo l’INPS, i lavoratori pubblici che hanno dedicato una vita al servizio dello Stato sarebbero fondamentalmente degli sprovveduti, incapaci di amministrare i propri risparmi. Meglio che lo Stato faccia da tutore, trattenendo per anni quello che è un loro sacrosanto diritto. Una posizione paternalistica che offende l’intelligenza e la dignità di centinaia di migliaia di persone.
Ma c’è di più. I legali dell’istituto previdenziale hanno agitato lo spettro dei costi insostenibili: 4,2 miliardi di euro se si eliminasse il differimento della prima rata, 11,6 miliardi senza la rateizzazione, fino ad arrivare a 15,6 miliardi se si cancellassero entrambi i meccanismi. Numeri che, come ha fatto notare la difesa dei ricorrenti, stonano parecchio con i calcoli della Ragioneria Generale dello Stato. Secondo la RGS, la riduzione di soli tre mesi della prima rata introdotta dall’ultima legge di bilancio costerà 22 milioni in tre mesi, quindi 88 milioni annui. Una differenza che solleva più di un dubbio sulla serietà delle proiezioni INPS.
Come se non bastasse, la difesa dell’istituto ha prospettato soluzioni alternative che sanno tanto di presa in giro: dare tempo al legislatore per intervenire, una pronuncia della Corte che si limiti a dettare principi generali, oppure disporre il pagamento di interessi e rivalutazione solo dopo la prima rata, rinviando comunque la decisione finale. Percorsi che ai diretti interessati appaiono del tutto impraticabili e che sembrano più che altro tattiche dilatorie.
La giudice relatrice Maria Rosaria San Giorgio ha riassunto con precisione i termini della questione: i TAR contestano il differimento e la rateizzazione del TFS quando non sono accompagnati dalla rivalutazione delle somme via via erogate al dipendente cessato dal servizio. Un’istanza di buonsenso, verrebbe da dire. Se mi costringi ad aspettare anni per avere i miei soldi, almeno proteggine il valore dall’inflazione.
La videoregistrazione dell’udienza, disponibile sul sito della Consulta, vale la visione. Non capita spesso di assistere a difese così platealmente deboli di fronte alla massima istanza giudiziaria del Paese. E non capita spesso che un ente pubblico si presenti con argomenti che, francamente, imbarazzano chi rappresenta.
Ora la palla passa ai giudici costituzionali. Entro quindici giorni dovrebbe arrivare la sentenza. L’auspicio – e la speranza di migliaia di lavoratori pubblici – è che la Corte metta finalmente fine a questa che molti non esitano a definire una “vergogna”. Che si affermi, una volta per tutte, un principio elementare: chi ha lavorato tutta la vita ha diritto a ricevere quanto gli spetta, quando gli spetta, senza paternalismi e senza dover mendicare ciò che già gli appartiene.
Nel frattempo, le affermazioni dell’INPS meritano una riflessione più ampia.
Quando un’istituzione pubblica di questo calibro arriva a sostenere che i cittadini non sono abbastanza maturi per gestire i propri soldi, forse è il caso di interrogarsi su quale idea di Stato e di rapporto con i cittadini stiamo costruendo. O, meglio, demolendo.”
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