La FLP informa che, sulla Gazzetta ufficiale n. 186 del 10 agosto 2017, è stato pubblicato il decreto del Ministero dello Sviluppo Economico n. 122 del 7.06.2017, di concerto con quello delle Infrastrutture e dei Trasporti, che individua gli esercizi presso i quali può essere erogato il servizio sostitutivo di mensa reso a mezzo dei buoni pasto (intendendosi, ai sensi dell’art. 2 comma 1 lettera b) del decreto in esame, le somministrazioni di alimenti e bevande e le cessioni di prodotti alimentari pronti per il consumo effettuate dagli esercenti le attività elencate all’articolo 3), le caratteristiche dei buoni pasto e il contenuto degli accordi stipulati tra le società di emissione di buoni pasto e i titolari degli esercizi convenzionabili. Tale decreto è stato emanato in applicazione dell’articolo 144 (che disciplina i servizi di ristorazione), comma 5, del decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50. Le nuove norme, che entreranno in vigore dal 10 settembre 2017, prevedono che i buoni pasto potranno essere spesi oltre che al supermercato e al droghiere, al self service e alla pizzeria, ora anche negli agriturismi nell’ambito dell’attività di somministrazione di pasti e bevande, costituiti prevalentemente da prodotti propri e da prodotti di aziende agricole della zona, presso la propria azienda, negli ittiturismi nell’ambito dell’attività di somministrazione di pasti costituiti prevalentemente da prodotti derivanti dall’attività di pesca, nei mercatini e negli spacci aziendali. Tra i soggetti che possono erogare il servizio sostitutivo di mensa reso a mezzo dei buoni pasto sono elencati, oltre a quelli già evidenziati, anche coloro che sono legittimati ad esercitare la somministrazione di alimenti e bevande, l’attività di mensa aziendale e interaziendale, la vendita al dettaglio di alimenti, sia in sede fissa che su area pubblica (quindi anche chi opera in mercatini), la vendita al dettaglio nei locali di produzione e nei locali attigui dei prodotti alimentari, la vendita al dettaglio e la vendita per il consumo sul posto dei prodotti provenienti dai propri fondi effettuata dagli imprenditori agricoli, dai coltivatori diretti e dalle società semplici esercenti l’attività’ agricola. Per tutti resta ferma la necessità del rispetto dei requisiti igienico sanitari prescritti dalla normativa vigente. L’art. 4 del decreto del Mise, prevede che i buoni pasto (che possono essere in forma cartacea o in forma elettronica nel rispetto delle prescritte caratteristiche) sono utilizzati esclusivamente dai prestatori di lavoro subordinato, a tempo pieno o parziale, anche qualora l’orario di lavoro non prevede una pausa per il pasto, nonché dai soggetti che hanno instaurato con il cliente (il datore di lavoro che acquista dalla società di emissione i buoni pasto al fine di erogare il servizio sostitutivo di mensa) un rapporto di collaborazione anche non subordinato. E, inoltre, che i buoni pasto non sono cedibili, né cumulabili oltre il limite di otto buoni, né commercializzabili o convertibili in denaro, sono utilizzabili solo dal titolare (questo significa che il dipendente non può regalarli ai colleghi di lavoro, né può cederli, ad esempio, alla propria moglie o convivente affinché li utilizzi per la spesa settimanale) ed esclusivamente per l’intero valore facciale (è vietato quindi frazionare la spesa in più occasioni o pretendere il resto in denaro). Poiché il buono pasto serve come servizio sostitutivo della mensa, esso non può essere speso per acquistare prodotti diversi da quelli alimentari come spazzolini, deodoranti, ecc. Il valore facciale del buono pasto è comprensivo dell’imposta sul valore aggiunto prevista per le somministrazioni al pubblico di alimenti e bevande e le cessioni di prodotti alimentari pronti per il consumo. Le variazioni dell’imposta sul valore aggiunto lasciano inalterato il contenuto economico dei contratti gia’ stipulati, ferma restando la libertà delle parti di addivenire alle opportune rinegoziazioni per ristabilire l’equilibrio del rapporto. Le nuove regole forniscono anche indicazioni sulle convenzioni che devono essere stipulate tra società che emettono i buoni stessi e gli esercizi commerciali dove possono essere spesi.
Si ricorda che l’articolo 51, comma 2, lettera c), del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917 attualmente vigente, prevede che a far data dal 1° luglio 2015 «Non concorrono a formare reddito (…) le somministrazioni di vitto da parte del datore di lavoro, nonché quelle in mense organizzate direttamente dal datore di lavoro o gestite da terzi, o, fino all’importo complessivo giornaliero di euro 5,29, aumentato a euro 7 nel caso in cui le stesse siano rese in forma elettronica, le prestazioni e le indennità sostitutive corrisposte agli addetti ai cantieri edili, ad altre strutture lavorative a carattere temporaneo o ad unità produttive ubicate in zone dove manchino strutture o servizi di ristorazione».
Dipartimento Studi e Legislazione
In allegato, il D.M. n. 122 del 7.06.2017.
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Stamani si è riunito all’Aran il primo tavolo tematico istituito per il rinnovo del CCNL delle Funzioni centrali con all’odg il rapporto di lavoro.
Circa 9 anni di blocco contrattuale e di interventi legislativi unilaterali hanno peggiorato il quadro di tutele e di garanzie per i lavoratori pubblici.
Per la FLP, ha dichiarato Marco Carlomagno Segretario generale della Federazione, il rinnovo del contratto deve essere l’occasione non solo per armonizzare il quadro di riferimento attuale, ma anche per aumentare le garanzie e le tutele del lavoro pubblico, sempre più in questi anni impoverito, precarizzato e penalizzato.
Appare singolare, prosegue Carlomagno, che con puntualità svizzera mentre si inizia a discutere di contratto, vengono invece rilanciate nuove campagne denigratorie che offendono milioni di lavoratori.
Rispediremo al mittente ogni ipotesi di peggiorare il quadro normativo esistente, come temiamo possa essere nelle intenzioni delle controparti, che pare vogliono limitarsi a recepire in sede negoziale tutte le norme in questi anni approvate unilateralmente, come seppur parzialmente è già emerso oggi dalla bozza di lavoro presentata dall’Aran in materia di forte limitazione dei permessi ex legge 104.
Contrasteremo con ogni mezzo, conclude Carlomagno, la scellerata strategia di chi pensa incredibilmente dopo 9 anni di chiudere un contratto senza risorse, senza riconoscimenti professionali e con meno diritti e tutele per il personale.
Bisogna fare presto e bene. Gli approfondimenti vanno bene, ma non debbono essere momenti dilatori o distrattivi. Senza garanzie precise sulle risorse disponibili e sull’impianto complessivo del contratto i tavoli tematici allontano e non avvicinano l’obiettivo che vogliamo con forza raggiungere.
Roma, 31 agosto 2017
L’UFFICIO STAMPA
Roberto Sperandini 393 9305174
Roberto Cefalo 393 9256069
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Nella mattinata odierna si è svolta presso la sede dell’Aran l’ennesima riunione fra l’Agenzia e tutte le Confederazioni maggiormente rappresentative nell’ambito del Pubblico Impiego. E’ stata una nuova occasione per mettere al centro del confronto i temi caldi legati ai rinnovi contrattuali di quasi tre milioni di lavoratori pubblici dopo la pausa estiva e le uscite sulla stampa di esponenti di parte pubblica che, da un lato hanno espresso sicurezza sul percorso legato ai rinnovi (bontà loro) e dall’altro hanno provato a dettare l’agenda di un percorso a nostro avviso ancora molto, molto accidentato.
Ma lo svolgimento del negoziato invece, sta dimostrando tutte le crepe del preaccordo elettorale del 30 novembre 2016, sottoscritto frettolosamente da CGIL, CISL e UIL, che non può costituire in alcun modo il parametro di riferimento di tutto il sindacato per i rinnovi contrattuali. Vediamo quali sono i problemi sul tappeto che il Presidente Gasparrini ha declinato nella sua introduzione:
- Ovviamente ha confermato non essere ancora disponibile tutta la cifra completa per il rinnovo del triennio poiché la maggioranza della stessa, oltre 45 euro degli 85 previsti, non è ancora stata confermata per il 2018 e comunque, dice il Presidente Aran, da tale somma complessiva o parziale che sia, andranno tolte le coperture per mantenere gli 80 euro a quella parte di lavoratori pubblici che, conti alla mano, con il seppur misero aumento contrattuale, a regime vedrebbero altrimenti “saltare” il Bonus Renzi; in particolare il dato fornito dall’Aran, assolutamente sottostimato perché relativo solo alla parte fiscale e non contributiva, e che non tiene conto del reddito complessivo, ma solo della parte stipendiale, prevede un utilizzo di almeno 200 milioni di euro per coprire il gap Bonus; se consideriamo che al momento la cifra effettivamente stanziata dal Governo per il rinnovo non supera il miliardo di euro possiamo dire, senza tema di smentita, che circa il 20% dello stanziamento si è già volatilizzato.
- Inoltre se pure volessimo considerare congrua la cifra dei famosi 85 euro previsti nell’accordo (e non lo sono assolutamente considerati gli anni di forzoso blocco contrattuale) la restante parte non solo non è ancora materialmente disponibile, ma molto probabilmente verrebbe stanziata per produrre i suoi effetti alla fine della decorrenza contrattuale prevista – 31.12.2018 – con il risultato che se tutto va bene qualche euro i lavoratori lo vedranno in busta paga solo ai primi mesi del 2019…
- Altra questione posta è stata quella del welfare contrattuale, ripreso dall’atto d’indirizzo e che, ha confermato il Presidente Aran, non può che essere a totale carico del “nostro” aumento contrattuale; se pensiamo a quello che succede nel resto del mondo del lavoro italiano e non solo, non certo fermo sul fronte contrattuale come quello pubblico, i commenti rischiano di diventare offensivi;
- Sempre il Presidente Gasparrini ha ribadito che Il “recinto” entro il quale deve essere disegnato tutto il percorso, è quello indicato negli atti d’indirizzo, ora quello delle funzioni centrali, domani quello della sanità, poi quello della scuola ed infine quello delle autonomie locali. Queste ultime, però, a nostro avviso sembrano avere maggiori margini di manovra legati ai diversi limiti della finanza pubblica o forse alle diverse esigenze di ordine politico con il rischio di disegnare un rinnovo contrattuale asfittico e pure strabico.
Il giro di tavolo che è seguito all’introduzione del Presidente Aran, è stato caratterizzato da una evidente difesa d’ufficio dei sottoscrittori dell’accordo del 30 novembre 2016 che hanno richiesto il rispetto degli impegni presi e allo stato non mantenuti da parte del Governo e in primis da parte della Ministra Madia; qualcuno ha chiesto anche allo stesso Gasparrini di farsi portavoce della richiesta d’incontro con la Ministra, al quale ovviamente noi non ci sottrarremo ben sapendo però i risultati che nel tempo hanno caratterizzato questi incontri politici.
Oltre a quest’argomento, le parti sociali hanno affrontato altri argomenti anche in previsione dell’incontro dl 31 p.v. sul rinnovo contrattuale del Comparto Funzioni Centrali. In particolare nel suo intervento la nostra Confederazione ha confermato con forza la richiesta di stanziamenti idonei a poter discutere seriamente di un “vero” rinnovo contrattuale e ha dichiarato il proprio fermo dissenso a qualsiasi ipotesi connesse al taglio del Bonus di 80 euro.
Così come CSE ha dichiarato con fermezza che non si sentirà vincolata dal “recinto” dell’atto d’indirizzo ma forte della propria piattaforma contrattuale, rivendicherà con altrettanta fermezza la scelta di un contratto che dia segnali tangibili (e non tolga) oltre che sul fronte economico anche su quello della riforma della PA e della crescita professionale dei lavoratori pubblici. Quanto sopra, collegando il tema delle relazioni sindacali e della partecipazione del Sindacato ai necessari mutamenti organizzativi per rendere la macchina amministrativa dello Stato più funzionale e più vicina alle esigenze dei cittadini.
LA SEGRETERIA GENERALE
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LA CSE CHIEDE CHE VENGANO STANZIATE RISORSE ECONOMICHE ADEGUATE
Chi pensava che la riunione del 28 agosto potesse segnare un passo avanti nel negoziato per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego è stato smentito.
Anzi possiamo dire che si è fatto invece un passo indietro, dichiara Marco Carlomagno, Segretario generale della CSE, confederazione maggiormente rappresentativa nei comparti del pubblico impiego.
Le tabelle presentate dall’Aran ad inizio riunione sull’impatto dei “benefici contrattuali” rispetto al bonus fiscale degli 80 euro a suo tempo erogato dal Governo, dimostrano come le scarse risorse finora stanziate rischiano da un lato di penalizzare chi può perdere il bonus con il misero aumento contrattuale disponibile e d’altro canto, ove si volesse evitare tale kafkiana situazione, vi sarebbe un’ ulteriore riduzione delle già esigue risorse disponibili per tutta l’altra platea dei lavoratori pubblici.
La dimostrazione lampante di come l’accordo preelettorale del 30 novembre 2016, sottoscritto frettolosamente da CGIL, CISL e UIL alla vigilia del referendum, sia stato solo un bluff e che al momento non vi sono risorse per rinnovare i contratti, dopo più di 8 anni di blocco.
La CSE nel suo intervento ha chiesto al Presidente dell’Aran di farsi parte attiva con il Governo per trovare risorse aggiuntive atte a risolvere questioni che non sono precipuamente contrattuali, come la defiscalizzazione degli 80 euro, e per garantire l’estensione al pubblico della defiscalizzazione dei fondi di produttività e degli istituti necessari per l’attivazione del welfare aziendale, come già previsto per il privato e da alcuni atti di indirizzo dei comparti pubblici.
Per fare i contratti ci vogliono risorse economiche adeguate, e queste vanno reperite da subito all’interno della prossima legge di stabilità, le cui linee di indirizzo vanno approvate entro settembre.
In mancanza di segnali precisi dalle controparti non potremo che chiamare alla mobilitazione i circa tre milioni di lavoratori pubblici che da troppi anni si vedono negare dignità e diritti, conclude Carlomagno.
Roma, 28 agosto 2017
L’Ufficio stampa CSE
Roberto Sperandini 393 9305174
Roberto Cefalo 393 9256059
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